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"Le dieci partite"

le partite memorabili della Roma raccontate da Giuseppe Manfridi

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Il calcio come metafora della vita, qualcosa che accompagna il tifoso nel corso della sua esistenza. Possiamo cambiare moglie o marito, partito politico, religione, forse anche sesso, ma mai cambiare la fede calcistica.
Ogni squadra è unica, ma poche sono intimamente connesse con il carattere dei tifosi stessi e l’anima della città. Ci sono partite che sono nella memoria di ciascuno, siano esse sconfitte o vittorie. Giuseppe Manfridi abile sceneggiatore, interprete e regista, ha iniziato nel 2009 (e quasi portato a termine) un progetto con Daniele Lo Monaco unico nel suo genere: dieci pezzi teatrali, dieci partite di calcio, “dieci partite della Roma”. Storie “faziose” come le ha definite l’autore, “altrimenti non ci interesserebbero. Noi seguiamo una storia, qualunque essa sia, patteggiando per alcuni contro altri. Per questo racconto in ‘Diecipartite' qualcosa, le partite della Roma, non in modo equo ma da romanista” . Pezzi dai tratti personali, autobiografici, ma in cui ciascun tifoso ritrova se stesso e le proprie emozioni. Tutte raccontate con ironica con avventure iperboliche da tifoso che non solo “rievocano”, ma strappano più di una risata, sprofondando in vorticosi ragionamenti aritmetici, riti messianici e coincidenze cabalistiche.
Da poco al teatro Flaiano è andato in onda il “settimo” monologo: “Il Discorso del Capitano. Roma-Genoa 3-2", il ricordo, il percorso, il viaggio di venticinque anni di Francesco Totti nella Roma e con la Roma, protagonista assoluto della narrazione, raccontato attraverso le pieghe delle vicende che hanno accompagnato squadra e tifoseria al confronto cruciale col Genoa, atto conclusivo del campionato 2016/17 e gara decisiva per la conquista del secondo posto, poi chiusa con il suo discorso d’addio.
La prima partita del ciclo fu: ”Roma Lazio 3 a 3” del 1998, una partita dalle grandi suggestioni per l’incredibile altalena del risultato e degli eventi sul campo. La partita si gioca di sera, quando i riflettori ancora sapevano dare una nota particolarmente epica all’evento. La Roma proviene da quattro sconfitte di fila con La Lazio. Due in campionato, due in Coppa Italia. Una quinta avrebbe significato l’onta massima. La Roma, dopo essere passata in vantaggio, a sette minuti dalla fine è sotto di due gol e con un uomo in meno, ma i derby, si sa, sono imprevedibili, Eusebio Di Francesco, l’attuale allenatore della Roma, sfrutta un’incertezza della difesa laziale e accorcia le distanze, due minuti dopo pareggia Totti con il pubblico in delirio a tempo quasi scaduto l’arbitro annulla un gol di Delvecchio, sarebbe stato il 4 a 3… Ma già così rimane un derby storico, un pareggio che assume tratti mitici, soprattutto quando questo pareggio avrebbe potuto e dovuto essere ben più di un pareggio. Un 4-3 incredibile, magico e negato. Con la storia della partita, la storia di un anno, che è il penultimo del millennio. Un anno in cui molte cose danno annuncio del loro disparire senza ancora essere scomparse. E altre del loro avvenire. L’età individuale si mescola a quella di tutti, e una gara, una semplice gara di campionato, finisce con l’assumere la fisionomia di un evento emblematico.
La seconda partita è stata: “Pisa Roma 1 a 2”, la patita della svolta dello scudetto del 1982-83. La Roma capolista si deve risollevare dalla brutta sconfitta rimediata all’Olimpico contro la Juventus seconda in classifica. Il protagonista questa volta è Paulo Roberto Falcao che di testa realizza la prima rete e la sua esultanza, che a molti potrà non significare nulla, ma che i Romanisti invece ha voluto dire tutto. Il brasiliano, appena segnato, corre verso i propri compagni e lo fa prima tirandosi su quella manica destra della maglietta, che può essere interpretato come un semplice gesto istintivo, ma che invece evoca un senso di liberazione, come a voler dire “lo scudetto è nostro: andiamocelo a prendere!”.
La terza partita è la più dolorosa: “Roma-Liverpool 1 a 1” è l’irresistibile evocazione della finale persa della Coppa Campioni disputata il 30 maggio dell’84. Un racconto vissuto in omaggio di Agostino Di Bartolomei, meraviglioso capitano di quella squadra. Lo spunto per raccontare il punto più alto e contemporaneamente più basso della storia giallorossa è anche lo spunto per parlare di un’epoca di una Roma. Nel presente teatrale, questo è il bello, si ha modo di risentire quelle forti passate emozioni sulla pelle; quel che completa il fascino dell’eternità di un atto unico così pregno di sentimenti contrastanti che sono il sogno proprio dell’età giovanile legata indissolubilmente a quel presente storico e drammatico rievocato con tanta intensità. Comici e al contempo commoventi sono i parallelismi tra eventi della portata storica e ricordi più futili, per quanto ugualmente mitici, la cui soggettiva grandiosa interpretazione regala momenti di rara intensità emotiva come nel finale quando sullo schermo viene proiettata la storica finale ma si ferma al rigore di Di Bartolomei, in quel momento per 52 secondi la Roma è stata campione d’Europa!
La quarta partita è “Real Madrid – Roma 1 a 2”, l’ottavo di finale della Champions League del 2008, dove la Roma fa l’impresa ed espugna il Barnabeu con un gol di Vucinc nel recupero. Partita che fa anche da sfondo al film “Ovunque tu sarai”: tre tifosi in viaggio per “vedere” la Roma. E' stato detto: al Santiago Bernabeu novanta minuti possono essere lunghissimi. Molto più lunghi che altrove. Questa la particolare dimensione in cui siamo andati a vincere una gara che ci sarebbe bastato pareggiare, ma che se avessimo provato a pareggiare, avremmo senz'altro perso, e che invece tentando di vincere per riuscire a pareggiarla, a un certo punto ci siamo trovati a vincerla, e poi di nuovo a pareggiarla. Allora abbiamo provato ancora a vincerla per conservare quel pareggio sino alla fine, e alla fine nell'anarchia degli attimi estremi, in un tempo di recupero in cui la masnada dei novanta minuti insisteva a propagare un senso di interminabilità... ... solo a quel punto...
La quinta partita è stata: “Roma Juventus 3 a 2” del 5 maggio 1974. Terz'ultima giornata di campionato, La Lazio ha tre punti di vantaggio sulla Juventus e gioca contro il Torino al Comunale, mentre all'Olimpico di Roma arriva la Juventus. A Torino è una giornata da tregenda, ed i granata, la cui rivalità con i cugini è pari a quella tra Roma e Lazio, sembrano voler favorire gli eterni rivali. Una pioggia torrenziale accompagna la partita: segna Paolo Pulici, pareggia Chinaglia, ancora Pulici sigla il definitivo 2-1, poi “giaguaro” Castellini para l'imparabile e la Lazio esce sconfitta. L'incubo di un ritorno clamoroso della Juventus sta per materializzarsi. Ad allontanarlo ci pensa la Roma, che gioca una grande partita. L'Olimpico è pieno di 70.000 spettatori. La Roma parte forte e segna con una botta di Domenghini, replica Anastasi, poi Negrisolo con un colpo di testa, quindi ancora Anastasi. La Lazio sta perdendo, la Juve è dietro due punti e prepara l'assalto finale ma i ragazzi di Liedholm, a differenza di quanto si sarebbe poi visto all’Olimpico 36 anni dopo tra i biancoazzurri e l’Inter, a sfavore della Roma che inseguiva i nerazzurri per lo scudetto, onorarono lo spirito dello sport fino in fondo. "Un'onda si spande in lontananza, verso la Nord. Morini lancia un pallone lungo in area. Lunghissimo, da sotto la Tevere. Prati lo stoppa di petto dando le spalle alla porta, che è un rettangolino minuscolo ai limiti del mondo. La palla picchia in terra e, sul rimbalzo, Pierino Prati ha una torsione repentina, la impatta di collo pieno e in mezza girata la sbatte sotto la traversa. Mai visto così bene dal parterre della Sud un gol fatto sotto la Nord! Un gol magnifico che praticamente regala alla Lazio uno scudetto che sarà conquistato matematicamente la domenica successiva contro il Foggia. "Sono contento per il fatto che la Lazio non potrà rimproverarci nulla - dirà l'allora presidente giallorosso Anzalone -. Una fetta dello scudetto che arriverà a Roma sarà anche nostra"


La sesta partita: “Roma Sampdoria 1 a 0 - Il gesto di Pedro”. È il 14 dicembre 1975 e all’Olimpico va in scena Roma-Sampdoria, una partita importante per la zona bassa della classifica, in un periodo dai colori netti, identitari… quando il rosso delle bandiere era il rosso schietto, non testato, del sugo fatto in casa, e il giallo era quello chiaro dei girasoli”. Durante la partita Petrini ha più volte la palla buona per portare la compagine giallorossa in vantaggio. Ma nulla, oggi sembra proprio non riuscirci. Sembra afflitto da una sorta di allergia al gol. Dagli spalti qualche mormorio di disappunto comincia ad alzarsi. Cordova gli serve una gran bella palla, sembra davvero la volta buona per il centravanti giallorosso. Pedro si libera di Zecchini e invece di cercare una giocata semplice spara forte. Spara alto. Troppo. “All’urlo di rabbia della folla, Petrini ha replicato chiedendo scusa con ampi gesti delle braccia e anche inchinandosi come un bambino cattivo che accetta i giusti rimproveri promettendo di non farlo più. I 40 mila dell’Olimpico hanno afferrato al volo il piccolo dramma che stava vivendo il sostituto di Prati. Dalla curva nord alla Sud, dalla tribuna Tevere alla Monte Mario si è levato un coro assordante in cui veniva scandito il nome del giocatore. Era il calore di una solidarietà nata spontaneamente, che ha avuto l’effetto di una scintilla nell’animo dell’attaccante che poco dopo segnerà il gol della vittoria. Questo ricordo è la chiave per addentrarsi nei chiaroscuri di una storia sconvolgente che, sia pure col ristoro di momenti segnati da grande leggerezza e divertimento, va al cuore di un sistema calcio feroce e cannibale. Senza fare sconti a nessuno, nel testo, nel pieno rispetto di quanto lo stesso Petrini ha voluto denunciare, vengono rivissuti e raccontati episodi che mettono a nudo la questione doping, col suo tragico elenco di vittime, e il giro del calcio scommesse che portò nell’80 a raffiche di arresti e di processi capaci di cambiare radicalmente la storia del calcio nel nostro Paese. La conversione morale e letteraria di Petrini, susseguente alla tragica morte di suo figlio diciannovenne, è un evento di tale portata esistenziale da suscitare domande di significato assoluto. Una vera redenzione, nel senso più forte del termine. Da anni attorno alla figura di Pedro si è formato un importante movimento di opinione che vede in quest’uomo contraddittorio, travagliato ed estremo un punto di riferimento per chiunque intenda lottare in nome dello sport e dei suoi valori.
Il settiamo atto è “Roma Genova 3 a 2”, ed ora aspettiamo le ultime… tre partite, magari a la prossima sarà Roma Barcellona 3 a 0, ma tornando indietro nel tempo ci piacerebbe anche vedere a teatro quello che fu il “derby dei rigori”, un “Roma Lazio 6 a 4”, vinto dalla Roma il 25 aprile 1962, negli ottavi di Coppa Italia dai calci dal dischetto. Dopo uno 0 a 0 scialbo e infinito (tempi regolamentari più supplementari), si decise con i rigori, all'epoca se ne calciavano sei e tirava un solo un giocatore. Per la Roma va “Piedone” Manfredini che ne mette in fila sei, cambiando sia esecuzione che angolo. Ne calciò 3 di forza e 3 di precisione. Pedro fu il protagonista assoluto con il portiere giallorosso Cudicini che ne parò due al laziale Longoni.