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ARTE E CULTURA


Hiroo Onoda l’ultimo samurai, l’uomo che non si arrese mai

“In qualità di ufficiale dell’esercito imperiale, avevo ricevuto una consegna: sarebbe stato vergognoso per me non essere all’altezza di osservarla.”

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Hiroo Onoda fu l’ultimo ufficiale giapponese ad arrendersi agli Americani vittoriosi nella seconda guerra mondiale, nel 1974, ben trent’anni dopo la resa del Giappone. Era nascosto nella giungla sull'isola filippina di Lubang, dove continuò la sua guerra personale rifiutandosi di credere che la guerra fosse finita.
Figlio di una lunga serie di guerrieri, il padre era un sergente di cavalleria morto durante la Seconda Guerra sino-giapponese in Cina. Onoda seguì lo stesso percorso dei suoi antenati e si arruolò nell'esercito imperiale giapponese all'età di 18 anni, un anno prima che il Giappone entrasse in guerra con gli Stati Uniti in seguito all'attacco a Pearl Harbor.
Tenente dell’esercito formato alla “Futamata Bunk” di Nakano, istruito sulle tecniche di spionaggio e di guerriglia, arrivò ventiduenne nell’isola filippina di Lubang nel dicembre del 1944, con l’obiettivo di unirsi al manipolo di soldati giapponesi con compiti di sabotaggio e spionaggio. In quel periodo, molte delle truppe giapponesi furono costrette a lasciare le principali isole delle Filippine e piccoli contingenti furono lasciati nelle isole minori dell'arcipelago filippino, come l'isola di Lubang, per ritardare il più possibile l’avanzata Americana verso il Giappone.
Gli ordini che ricevette erano chiari: “..le è assolutamente proibito arrendersi e morire per mano propria” .
In una successiva intervista Onoda disse che: “Quando nel 1944 giunsi nelle Filippine, la guerra stava andando male per il Giappone e nella nostra patria la frase ichioku gyokusai, cento milioni di anime stanno morendo per l’onore, era sulle labbra di tutti. Questo significa letteralmente che la popolazione del Giappone avrebbe combattuto fino alla morte dell’ultimo uomo piuttosto di arrendersi. Io presi questa frase alla lettera, e sono certo che molti altri giapponesi della mia età fecero la stessa cosa”.
Quando le truppe americane sbarcarono sulla piccola isola il 28 febbraio 1945, le forze giapponesi furono annientate, Onoda riuscì a salvarsi e si nascose nella foresta con altri tre commilitoni: Yuichi Akatsu, Shoichi Shimada e Kozuka Kinshichi per continuare la sua missione di resistenza.
La seconda guerra mondiale terminò con la resa del Giappone il 2 settembre 1945, ma non per tutti i soldati Giapponesi. Furono tanti coloro che non smisero di combattere ne di arrendersi, Il termine giapponese per riferirsi a loro è zan-ryū Nippon hei ( soldati giapponesi lasciati indietro).
I motivi per cui questi militari non obbedirono all'ordine di arrendersi agli Alleati sono vari: fedeli al rigido codice etico dei samurai del Bushidō, che considerava profondamente disonorevole la resa al nemico. Molti soldati giapponesi ritennero impensabile che la loro nazione si fosse arresa, arrivando a considerare come propaganda le varie comunicazioni che annunciavano la fine della guerra. Altri, tagliati fuori dalle loro unità dopo le offensive degli Alleati, semplicemente non vennero mai a conoscenza della fine del conflitto, o, se ne vennero a conoscenza, scelsero di non rientrare in patria. Molti di loro continuarono ad attuare azioni di guerriglia contro l'esercito statunitense o contro altre forze locali. Altri, infine, scelsero di restare nascosti in zone inaccessibili o in appositi rifugi.
La quasi totalità dei soldati fantasma fu catturata o si arrese nella seconda metà degli anni '40, ma singoli individui o piccoli gruppi isolati furono capaci di resistere per molti altri anni.
Conoscendo l'esistenza di queste unità di guerriglia giapponesi, che non avevano alcun metodo di comunicazione con il comando militare centrale, gli Stati Uniti fecero molti sforzi per assicurarsi che la notizia della resa del Giappone raggiungesse queste resistenze, compreso l'aereo di volantini esplicativi.
Ma per molti di essi arrendersi oltre ad essere disonorevole era …inconcepibile.
Onoda, che aveva un senso di orgoglio molto tradizionale, non poteva immaginare che i giapponesi si sarebbero arresi e pensò che avrebbero combattuto fino all'ultimo soldato.
Nell'agosto del 1945, mentre la guerra tra Giappone e Stati Uniti finiva, Onoda aveva notato una pausa nei combattimenti, ma non sospettava che la sua nazione si fosse arresa.
Onoda ei suoi uomini sopravvissero con una dieta a base di riso rubato, noci di cocco e carne di bestiame macellato durante le incursioni nelle fattorie condotte quando non stava attaccando le vicine truppe filippine, nonostante che i nei successivi anni dopo la fine della guerra fosse segnalata la loro presenza al Giappone dalle autorità filippine. Trenta filippini caddero nelle imboscate di Onoda e i suoi uomini nei 29 anni della loro guerra personale.
Uno dei tre commilitoni di Onoda, Akasu si arrese nel 1949. La sua resa permise al resto del mondo di conoscere le riserve giapponesi ancora sull'isola di Lubang. Gli Stati Uniti contattarono le loro famiglie, ottennero delle loro foto che inviarono insieme a delle loro lettere, esortandoli a tornare a casa.
Gli altri due commilitoni: Shimada morì nel 1954 durante uno scontro a fuoco, Kozuka venne ucciso nel 1972. Onoda rimase quindi da solo, ma non si fermarono i tentativi di rintracciarlo: bisognava mettere fine alla sua guerra privata. Nel 1974, fu contattato da un free-lance giapponese Norio Suzuki, ma non riuscì a convincerlo ad arrendersi. L’Alto Comando giapponese capì che solo un uomo poteva dare il contrordine all’ultimo soldato giapponese. Quell’uomo era il suo comandante del 1945, il superiore che gli aveva detto di resistere. Così il suo vecchio ufficiale, il Maggiore Yoshimi Taniguchi, che era diventato un libraio nella vita civile, fu mandato a recuperarlo nelle Filippine e finalmente Onoda si “arrese”.
Era il 9 marzo 1974, all'età di 52 anni, Hiroo Onoda emerse dalla giungla, ancora vestito con la sua logora uniforme da ufficiale, con il fucile di ordinanza e la sua spada dal fodero bianco per accettare l'ordine dal suo comandante. Si consegnò al Presidente delle Filippine Marcos che gli garantì l’immunità nonostante i crimini contro i civili filippini e tornò in Giappone da eroe.


Una cosa soltanto trova certa, disse Onoda in un’intervista: “anche se neppure un capello di lui resta, nessuno può dolersi di essere morto per l’onore” .
Il cameratismo emerge nel suo significato più profondo nel rapporto con il suo compagno Shimada e soprattutto con l’ultimo dei suoi compagni Kozuka, con cui si instaura un legame etico che travalica avversità e individualità. Onore, fedeltà, sacrificio, volontà sono la calce che plasma questo legame. Quando torna a Tokyo, nel marzo del 1974, risponde così alla domanda di un giornalista che gli chiedeva delle difficoltà della vita nella giungla: “La cosa più dura è stata l’aver perso i miei camerati”. “In qualità di ufficiale dell’esercito imperiale avevo ricevuto una consegna. Sarebbe stato vergognoso per me non essere all’altezza di rispettarla” .
Nel 1976 emigrò in Brasile, dopo si sposò e visse in una fattoria allevando bestiame.
Nel 1984 tornò in Giappone e creò una scuola per bambini ed una sorta di accampamento itinerante, dove insegnava a giovani e meno giovani le tecniche di sopravvivenza in natura. Nel 1996 tornò a Lubang, dove donò 10.000 dollari per finanziarne la scuola. Morì in Giappone nel 2014 all’età di 91 anni.
Anche se non fu l'ultimo soldato giapponese a smettere di combattere la seconda guerra mondiale (quella distinzione appartiene a Teruo Nakamura, un altro guerrigliero che continuò a combattere la giungla dell'Indonesia fino sette mesi in più di Onoda), fu probabilmente il più famoso di questi “guerrieri fantasma”, ed uno dei più affascinanti, mostrandoci tutti i valori in cui valori come lealtà, orgoglio, determinazione e impegno possono portarti, nel bene e nel male.
Della sua storia lo stesso Onoda scrisse un libro autobiografico “Waga Ruban-shima no 30nen sensō (“Mai arrendersi: I miei trent’anni di guerra”), tradotto anche in Italiano, che ebbe all’epoca un grandissimo successo.
Hiroo Onoda, è un uomo che per il dovere ha donato la vita. Espressione più alta dell’onore giapponese, per il quale si è disposti a morire, si è disposti a perdere tutto, perché niente può essere paragonato alla gloria eterna del soldato morto in battaglia. Il tenente giapponese ha dimostrato che si può essere grandi guerrieri senza nessuna particolare qualità, senza aver necessariamente ucciso molti nemici ma soltanto con un innato senso del dovere. Semplicemente per amor patrio.

Osservazioni ragionate sullo stemma rinnovato della Marina Militare Italiana

Note critiche di scienza araldica

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Lo stemma della Marina Militare, è probabilmente, il simbolo militare italiano più conosciuto nel mondo.
E’ il simbolo della coesione e dell'appartenenza delle Forze della Marina Militare, porta con sé l'idea di un gruppo di uomini uniti dallo stesso scopo e addirittura dal medesimo destino. Rispettarla, significa che si è dato grande onore alla propria nazione, alla propria città o alle proprie idee.
Lo stemma della Marina Militare italiana è composto da uno scudo diviso in quattro quarti, ognuno dei quali occupato dal blasone di un'importante repubblica marinara (Venezia, Genova, Amalfi, Pisa): nel primo quarto, su sfondo rosso, il leone alato che brandisce una spada, simbolo di San Marco e di Venezia; nel secondo quarto la croce rossa su fondo bianco, simbolo di Genova; nel terzo quarto la croce ottagona bianca su fondo azzurro, simbolo di Amalfi; nell'ultimo quarto, la croce pisana bianca su fondo rosso, simbolo di Pisa, il tutto sormontato da una corona turrita e "rostrata" che deriva dall'emblema che il Senato romano conferiva ai comandanti vincitori di battaglie navali.
Lo studio di Orazio Mezzetti (in questo link trovate l'intero studio: Osservazioni ragionate sullo stemma rinnovato della Marina Militare Italiana) affronta in maniera critica e scientifica le problematiche tecniche e artistiche del nuovo Stemma rinnovato della Marina Militare Italiana, nato da un progetto araldico di Michele D’Andrea (Per uno stemma rinnovato della Marina Italiana) ufficializzato con un foglio d'ordine della marina n. 52 del 16 dicembre 2012.

Ottant'anni di EUR, visioni differenti. Archivio Centrale dello Stato e Carlo D'Orta

Ottant’anni di EUR, visioni differenti in un libro e una mostra.

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Il celebre quartiere di Roma cominciò ad essere realizzato nel 1938, anno in cui fu completata la costruzione del primo edificio, il Palazzo degli Uffici (sede dell’Ente EUR, oggi EUR spa), ciò che fa del 2018 l’80 anniversario dalla sua fondazione

L’EUR, il quartiere futurista di Roma continua ad affascinare. La sua architettura è un vero e proprio museo a cielo aperto, con i suoi edifici imponenti, i grandi spazi, la struttura ortogonale di vie e strade, ha dato una sterzata decisa per offrirsi alla vetrina di interessi nazionali e internazionali.
Il recente Gran Premio di Formula E, l' apertura agli eventi e ai congressi della "Nuvola" di Fuksas", il Palazzo della Civiltà Italiana, sede di Fendi, sono solo gli ultimi tasselli del lavoro avviato da tempo per accendere i riflettori sul quartiere sorto sotto il coordinamento dell' architetto Marcello Piacentini per ospitare l' Esposizione Universale Roma 1942 che poi non si tenne a causa della guerra.
n quartiere che è anche stato una sorta di piattaforma sperimentale per gli architetti di quel periodo, che sotto la spinta del governo fascista seppero coniugare le istanze retoriche di monumentalità e “classicità imperiale” imposte dal regime alle più moderne ricerche sul campo, indirizzate a chiedere all’architettura una riflessione sul concetto di “razionalità” applicato all’urbanistica.
La celebrazione degli 80 anni della posa della prima pietra passa anche per la bella mostra "Eur 42/oggi, visioni differenti" inaugurata nella sede dell' Archivio Centrale dello Stato, un lungo viaggio tra edifici, linee, ombre, volumi e spazi del gioiello urbanistico di cui le grandi fotografie di Carlo D'Orta colgono suggestioni, dettagli, scorci, prospettive e punti di vista inaspettati.
Il libro – che raccoglie 200 scatti di Carlo D’Orta, tutte visioni che offrono punti di vista differenti con cui osservare e approcciarsi “artisticamente” all’EUR – racconta 80 anni di evoluzioni urbanistiche del quartiere, “dalle architetture originarie in stile razionalista-neoclassico progettate alla fine degli anni ’30 dal gruppo di architetti coordinati da Marcello Piacentini, a quelle in ‘modern style’ realizzate negli anni ’50 e ’70, fino alle più recenti in ‘contemporary style’ realizzate nel XXI secolo, come il Roma Convention Center – la ‘Nuvola di Fuksas’ – e i grattacieli del Torrino” , commenta il fotografo.

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80 anni di EUR. Visioni differenti. Archivio centrale dello Stato e Carlo D’Orta
4 – 31 maggio 2018
Orario: dal martedì al venerdì 14 – 19 sabato 10 – 19 domenica 10 - 14
Ingresso gratuito
Sala mostre dell’Archivio centrale dello Stato Piazzale degli Archivi, 27 – Roma acs.beniculturali.it acs.urp@beniculturali.it tel. 06/54548538

Hitler contro Picasso e gli altri. L’ossessione nazista per l’arte

Il docu-film diretto da Claudio Poli, prodotto da 3D Produzioni e Nexo Digital con la partecipazione di Sky Arte HD, arriva in anteprima nelle sale italiane il 13 e 14 marzo. Un eccezionale movie che ripercorre il folle rapporto tra arte e nazismo.

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L’ Arte degenerata (entartete Kunst) è il termine che nel contesto del regime nazista indicava quelle forme d'arte che riflettevano valori o estetiche contrarie alle concezioni naziste, le quali si opponevano a molte forme di arte contemporanea, nell'intento di conservare i valori tipici della razza ariana e della sua tradizione culturale.
Hitler aveva un passato di pittore dilettante, e in materia aveva (purtroppo) una sua personalissima visione. Idee esposte nel Mein Kampf, e ribadite nel discorso tenuto nel ’35 al Congresso del Partito, nella sessione sulla cultura: «Ciò che si rivela “culto del primitivo” non è espressione di un’anima naïve, ma di un futuro completamente corrotto e malato. […] Il compito dell’arte non è quello di richiamare segni di degenerazione, ma di trasmettere benessere e bellezza».
Nel 1937 il regime nazista organizzò a Monaco, per poi portarla in giro per la Germani a e l’Austria, un’esposizione pubblica per condannarla e deriderla e, contemporaneamente, una mostra per esaltare la “pura arte ariana”, con “La Grande Esposizione di Arte Germanica”. Tra le opere confiscate ne individuarono 650 che esposero in una speciale mostra itinerante di "arte degenerata". L'Espressionismo era la corrente artistica più presente tra le opere condannate. La mostra era gratuita proprio far sì che fosse visitata dal maggior numero di persone possibile.
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Proprio in quegli stessi mesi cominciò la razzia, nei musei dei territori occupati e nelle case di collezionisti e ebrei, di capolavori destinati a occupare gli spazi di quello che Hitler immaginava come il Louvre di Linz e di Carinhall, la residenza privata di Goering, l’altro grande protagonista del saccheggio dell’Europa. Si calcola che le opere sequestrate nei Musei tedeschi siano state oltre 16.000 e oltre 5 milioni in tutta Europa. Tra gli artisti all’indice Max Beckmann, Paul Klee, Oskar Kokoschka, Otto Dix, Marc Chagall, El Lissitzky, Grosz, Kandinsky, Mondrian, Kirchner, Van Gogh, non venne risparmiato neppure Franz Marc, che per la Germania aveva dato la vita nella Grande Guerra. Sui muri le frasi di commento: “Incompetenti e ciarlatani”, “Un insulto agli eroi tedeschi della Grande Guerra”, “Decadenza sfruttata per scopi letterari e commerciali”, «Manifestazioni dell’arte tedesca giudaica», «Invasione del bolscevismo», «Oltraggio agli eroi», «La donna tedesca messa in ridicolo».
Anche l’allestimento della mostra era pensato per creare un maggiore sdegno: ambienti angusti e soffocanti, per accrescere il disagio dei visitatori costretti a urtarsi in continuazione. Diversi quadri erano appesi storti, o accostati a disegni e fotografie di malati di mente, e la maggior parte era accompagnata da un cartello che esibiva il prezzo pagato con il danaro del «popolo lavoratore tedesco» agli astuti mercanti ebrei: in modo da stimolare, in aggiunta al disagio e allo scherno, l’indignazione e la rabbia.
Tra i protagonisti del docu-film anche Simon Goodman (che in scatoloni pieni di vecchie carte e documenti ha scoperto la storia della sua famiglia e della sua magnifica collezione d’arte, che comprendeva opere di Degas, Renoir, Botticelli, nonché il cinquecentesco “Orologio di Orfeo”. Larga parte della collezione era finita nelle mani di Hitler e Goering), Edgar Feuchtwanger (che nel 1929 fu il vicino di casa di Adolph Hitler, qualche anno prima che suo padre fosse deportato a Dachau, mentre dalla loro casa venivano sottratti mobili e libri preziosi) e Tom Selldorff (che è riuscito a recuperare quattordici opere appartenute alla sua famiglia cui furono sottratte negli anni ’30).

Il Lanfranco Ritrovato

il "Ritorno del Figliol Prodigo", del pittore parmigianino Giovanni Lanfranco, un’opera già in collezione Giustiniani, recentemente riemersa agli studi e presentata per la prima volta al pubblico italiano a Roma, Palazzo Spada.

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Dal 14 al 19 febbraio 2018, un’esposizione mette a confronto diretto il dipinto della Galleria Spada raffigurante il Giovane col berretto piumato e il quadro con il Ritorno del Figliol Prodigo, un’opera già in collezione Giustiniani, recentemente riemersa agli studi e presentata per la prima volta al pubblico italiano.
La riscoperta del dipinto, attualmente conservato in una raccolta privata, ha permesso di integrare la conoscenza di Giovanni Lanfranco attorno alla metà degli anni venti del Seicento, nella piena maturità del pittore parmense, e di ricostruire l’avventura dell’opera attraverso i suoi percorsi europei a partire dall’Ottocento.
Il Giovane col berretto piumato ha, infatti, costituito la premessa per il riconoscimento del Ritorno del figliol prodigo operato sul mercato internazionale nel 2017, come verrà chiarito nel corso della giornata di studio che prelude all’esposizione.
Nell’occasione, sarà Erich Schleier a illustrare i due dipinti entro il percorso stilistico del cosiddetto momento “protobarocco” di Lanfranco, mentre Silvia Danesi Squarzina, la specialista dell’antica collezione dei marchesi Giustiniani, ricostruirà la storia del Figliol Prodigo all’interno di quella famosissima raccolta romana di primo Seicento.
Sarà, così, anche possibile gettare nuova luce sul destino dei dipinti ex Giustiniani all’interno di altre prestigiose collezioni, come avviene, ad esempio, proprio nella stessa Galleria Spada con la splendida Sacra famiglia con San Giovannino di Valentin de Boulogne, opera ugualmente proveniente ab antiquo dai Giustiniani e che si ammira oggi nella Sala dove i due dipinti di Giovanni Lanfranco sono in mostra.
L’iniziativa è anche l’occasione per far conoscere alcune dinamiche di recupero che si svolgono sul mercato internazionale dell’arte, dove gli antiquari italiani Umberto Giacometti e Miriam Di Penta individuarono a suo tempo il Ritorno del figliol prodigo proprio sulla base del dipinto della Galleria Spada.

festival del giornalismo culturale

Urbino, Pesaro, Fano 12/13/14/15 Ottobre 2017. Patrimonio culturale. Una Storia, 1000 modi per raccontarla

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Sarà di scena tra Urbino, Fano e Pesaro, dal 12 al 15 ottobre, la quinta edizione del Festival del giornalismo culturale, manifestazione organizzata dall’Università di Urbino Carlo Bo-DISCUI e dall’Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino che conta numerose collaborazioni e le media partnership con i maggiori organi di informazione nazionali.
“Patrimonio culturale. Una Storia, 1000 modi per raccontarla”, questo il tema scelto dai direttori Lella Mazzoli e Giorgio Zanchini che si interrogano su come la cultura e le opere d’arte possano essere e siano più accessibili al maggior numero di persone proprio grazie all’uso delle nuove tecnologie e della rete. Una lente d’ingrandimento puntata sul patrimonio artistico culturale italiano e sulla molteplicità di modi in cui il giornalismo può trasmetterne valori, concetti e, più semplicemente, informazioni. Un’immensa ricchezza insita nell’essenza stessa dell’identità italiana da promuovere con strumenti giornalistici idonei e in costante evoluzione grazie alla centralità e alle potenzialità della rete.
Tante le rassegne e i momenti di confronto nelle quattro giornate tra Urbino, Pesaro e Fano, nelle quali saranno presenti personalità di spicco nel settore culturale, professionisti, critici e giornalisti, direttori di musei e manager.
Partendo da una ricerca dell’Osservatorio News-Italia, attraversoo eventi, concerti, mostre, si racconterà attraverso confronti ed esperienze, le avanguardie di un settore multiforme e in forte evoluzione, con tantissimi spazi per permettere al pubblico di confrontarsi con gli ospiti, così da rendere il Festival sempre più vivo e partecipato.

www.festivaldelgiornalismoculturale.it
programma del festival del giornalismo culturale
Segreteria organizzativa +39 339 8369665

Michelangelo in tour … una vera …. “rock – star”

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In un’estate di tour di rockstar, ce ne è una Italiana che ne sintetizza perfettamente la grandezza parafrasando letteralmente la traduzione di “rock – star”: il “divino” Michelangelo Buonarroti, protagonista assoluto del Rinascimento, sublime, irascibile, solitario, unico, è stato maestro in tutti capi dell’arte: dalla pittura alla scultura, dall’architettura alla poesia. I suoi capolavori, oltre che celebri in tutto mondo, sono simbolo di bellezza e perfezione insuperata. Già acclamato dai contemporanei come il maggiore artista di tutti i tempi influì grandemente su tutta l’arte del secolo.
L’artista è da sempre celebrato in tutto il mondo, ma il vero “record” è quello che una delle sue opere più significative: il “Cristo Giustiniani”, in tre anni ha percorso migliaia di kilometri ed è stato esposto in ben tre continenti, in quattro sedi diverse.
Una statua alta poco più di due metri, ha la forma di un uomo nudo, maturo, nel pieno del vigore fisico, dai lunghi capelli sciolti che tiene nella destra la Croce e nella sinistra il suo sudario. Una statua “muscolare”, dalla fisicità moderna, dove è indubbia la sapiente impronta Michelangiolesca, che ha consentito al grande pubblico mondiale di apprezzarla nella sua interezza a 360 gradi. A Londra e a Tokyo (dove per la prima volta in Asia è stata esposta un opera monumentale di Michelangelo) lunghe file di persone hanno atteso con pazienza di vedere da vicino l’opera dell’artista Italiano.
Come una vera star, la statua ha attirato migliaia di visitatori, da giugno/settembre 2014 a Roma ai Musei Capitolini nell’ambito della mostra 1564-2014 MICHELANGELO Incontrare un artista universale, per i 450 anni dalla morte del Buonarroti.



L’anno dopo nello stesso periodo giugno/settembre 2015, la stauta è “volata” a Città del Messico al Fine Arts Palace per la Exposición Miguel Angel Buonarroti - Un artista entre dos mundos



Ancora tra marzo/giugno 2017 a Londra alla National Gallery nell’ambito della mostra: "Michelangelo & Sebastiano: The Credit Suisse Exhibition" , in quell’occasione “unica” statua originale tra le copie della Pietà e la “seconda” versione del Cristo Portacroce conservata a Roma nella Chiesa della Minerva.


il “Cristo Giustiniani” è poi trasvolato a Tokyo al Mitsubishi Ichigokan Museum per la mostra: Leonardo e Michelangelo e poi ancora a Gifu sempre in Giappone, per la mostra Leonardo e Michelangelo: la scuola del mondo per l’ultima tappa del suo “tour mondiale” prima di tornare nuovamente nel Monastero di Bassano Romano nel cuore del Viterbese.




Il “Cristo Giustiniani” è una statua dalla storia tormentata, nel 1514 l’allora trentanovenne Michelangelo, già assoluto ed indiscusso protagonista del Rinascimento Italiano, si impegna con gruppo di gentiluomini Romani, tra cui Metello Vari, a consegnare: “una fighura di marmo d’un Christo, grande quanto el naturale, ingnudo, ritto, chor una chroce in braccio, in quell’attitudine che parrà al detto Michelagniolo,”.
Un lavoro che si rivelò alquanto complesso che vide la creazione non di una ma di due statue. La più nota, esposta a sinistra dell’Altare Maggiore della Chiesa romana di S. Maria sopra Minerva, è in realtà una “seconda versione” di una prima creduta ormai perduta, abbandonata dal maestro che mentre la scolpiva si accorse di una vena nera nel marmo proprio all’altezza del volto:“... reuscendo nel viso un pelo nero hover linea…", lo scultore fu costretto ad abbandonare il marmo per poi donarlo, qualche tempo dopo, allo stesso Vari che lo collocò nell’“orticello” della sua residenza in Via del Gesù (ancora oggi “visibile” nel piccolo slargo che si trova in fondo la via quasi all’angolo con Via Piè di Marmo) , vicinissimo alla Chiesa di Santa Maria sopra Minerva, dove è collocata la “seconda versione”: “Questa sarà per onor mio, havendola, che la terrò como si fusse de oro”.

È qui che, alla metà del Cinquecento, ne testimonia ancora la presenza l'erudito Ulisse Aldrovandi che la descrive con queste parole: "In una corticella overo orticello, vedesi un Christo ignudo con la Croce al lato destro no[n] fornito per rispetto d'una vena che si scoperse nel marmo della faccia, opera di Michel Angelo, e lo donò à M. Metello, e l'altro simile à questo, che hora è nella Minerva lo fece far à suo spese M. Metello al detto Michel Angelo".
Un Cristo che non passa certamente inosservato, tanto è che quando agli inizi del seicento viene messo in vendita, il marchese Vincenzo Giustiniani, banchiere, collezionista e mecenate del grande Caravaggio, lo “soffia” al cardinale Maffeo Barberini, futuro Urbano VIII, al prezzo di trecento scudi, praticamente poco più del costo del marmo grezzo, arricchendo la sua già cospicua galleria di statue antiche.
Ma quelli erano gli anni della Controriforma e così un Cristo nudo era ritenuto osceno a tal punto che il Marchese decise di farla coprire con un perizoma bronzeo poi integrato con un drappo rosso e ultimare nelle parti mancanti. Giustiniani fece apportare qualche modifica alla parte frontale del corpo e alle labbra che, secondo il suo gusto, dovevano essere semichiuse e non serrate come le aveva precedentemente scolpite Michelangelo.

Vincenzo Giustiniani da risalto all’opera ponendola nel suo Palazzo in Via della dogana vecchia “nella stanza à basso canto alla porta verso san Luigi”. Nel 1644, il suo erede Andrea Cassano Giustiniani lo colloca sopra l’altare maggiore della chiesa di San Vincenzo martire a Bassano e qui vi rimane per tre secoli e mezzo. La proprietà del Mausoleo passerà dai Giustiniani agli Odescalchi nel 1854, poi nel 1942 all’ordine dei Benedettini Silvestrini quando ormai l’intero complesso già versava in gravissime condizioni di manutenzione.
Nel 1979 il Cristo viene trasferito dall’altare maggiore nella sacrestia e celato al pubblico. Dell'opera si perde ogni traccia fino a quando nel 1999 viene finalmente “riscoperto”, attraverso un’attenta ricostruzione documentale dalla Professoressa Silvia Danesi Squarzina.

Nel 2001 il restauratore Rossano Pizzinelli lo ripulisce e toglie quello che resta della vecchia e consumata “fascia d'ormesino rosso con merlettino d'or”. Le pudenda integre del Cristo tolgono l’ultimo dubbio sulla mano Michelangiolesca dell’opera: è veramente il “Cristo nudo con la croce” della collezione Giustiniani.
Dopo che la statua fu riportata a Roma nel 2001 a Palazzo Giustiniani in occasione della mostra: “Caravaggio e i Giustiniani - Toccar con mano una collezione del Seicento” curata dalla Professoressa Silvia Danesi Squarzina, è ammirabile nella sua collocazione definitiva nella cappella a destra dell’altare maggiore della Chiesa di S. Vincenzo martire a Bassano Romano.

LE BISBETICHE STREMATE

Dopo il successo di "Parzialmente Stremate" e "Stremate dalla Luna", torna al Teatro Golden il terzo capitolo della "trilogia stremata" di Giulia Ricciardi

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Interpretate dalla stessa Giulia Ricciardi e dalle due colleghe Federica Cifola e Beatrice Fazi,“Le Bisbetiche Stremate” partite insieme per una vacanza a Ferragosto, si ritrovano chiuse in una stanza d’albergo, con tutto ciò che naturalmente consegue quando si costringano tre donne -molto amiche- in un ambiente piccolo. Al già temibile trio, si aggiunge un cameriere che innesca la miccia della progressiva collisione tra le tre. La vacanza in hotel, si tramuta in un thriller condito di colpi di scena originati dalla gravidanza di una delle tre donne.
A dirigere autrice ed attrici (interpreti eccezionali, capaci con magistrale quanto apparente facilità e disinvoltura, di non far mai calare il tono dello spettacolo, nonostante la necessaria fissità della scenografia) è Michele La Ginestra: una miscela di garantito successo.
In scena una goliardica ed infima collezione di aneddoti al femminile, trattati con svergognata veridicità ed arguta autoironia.
Prenotate anche voi un posto all' "Hotel 7” ed andate a vedere coi vostri occhi cosa succeda.
Teatro Golden dal 26 settembre al 15 ottobre 2017

Soggetto: Giulia Ricciardi
Interpreti: FEDERICA Cifola, Beatrice Fazi,Giulia Riccardi.
Aiuto regia: Ludovica Di Donato
Disegno luci: Gianmarco Cacciani
Scene: Gruppo G.I.A.D.
Costumi: Moris Verdiani
Organizzazione: Alessandro Prugnola
Regia: Michele La Ginestra

Natan Sawaya (ovvero: cosa succede se LEGO un artista)

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Un evento da non perdere : e' tornata a Roma The Art Of The Brick, la mostra che mette in scena un’ottantina di opere artistiche realizzate con oltre un milione di mattoncini Lego. Sono frutto della follia creativa e dell'abilità dello statunitense Nathan Sawaya.
In mostra magnifiche sculture antropomorfe a grandezza quasi naturale; riproduzioni scultoree di oggetti d’uso quotidiano ed infine l’uso eccezionale del mezzo tridimensionale (il mattoncino Lego) per la realizzazione di opere d’arte figurativa: oltre ad opere totalmente autografe, in mostra anche incredibili riproduzioni di opere celebri come la Gioconda di Leonardo Da Vinci, La ragazza con l’orecchino di Perla di Vermeer , L’Urlo di Munch, la Notte Stellata di Van Gogh.
A fine percorso, una sala con enormi contenitori pieni di mattoncini Lego dove possono fermarsi a giocare persone di ogni età; presenti anche tre postazioni con videogames.
C'è tempo fino al 26 febbraio per visitare la mostra all'Auditorium Parco della Musica di Roma.
The Art of The Brick di Nathan Sawaya

Esperanta Respubliko de la Insulo de la Rozoj

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L’isola che non c’era, che c’è stata e che non c’è più è l’”isola delle Rose”, nove piloni di acciaio lunghi vetri metri, piantati appena fuori dalla linea delle acque territoriali italiane, di fronte la spiaggia di Rimini che sorreggevano una base di 400 metri quadrati su cui era stata costruita una struttura ad un piano. Una struttura disegnata, voluta e costruita dall’ingegnere bolognese Giorgio Rosa, che proclamò quell’agglomerato di ferro e legno una Repubblica indipendente, con tanto di governo, lingua, bandiera moneta e francobolli propri. Dopo due anni di lavoro, a 11,612 km dalla riva, il primo maggio del 1968 l’ing. Rosa fondò così la “Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose” (Esperanta Respubliko de la Insulo de la Rozoj): un presidente del consiglio e cinque ministri, tre rose come stemma, l’esperanto come lingua ufficiale, un ufficio postale e il “Mill” come moneta, mai emessa, con valore pari alla Lira.
Quella dell’imprenditore bolognese voleva essere un’iniziativa soprattutto commerciale: una sorta di “San Marino” galleggiante, un porto franco turistico, dove aprire un hotel, esercizi commerciali e, probabilmente, anche un casino.
Come inno ufficiale venne adottato il wagneriano “Steuermann! Laß die Wacht!” de L’Olandese volante. L’Isola aveva anche le sue cariche pubbliche e una toponomastica completa:. «Ogni lato della piattaforma aveva il nome di una via, il numero progressivo indicava il relativo vano (…)».
Come c’era da aspettarsi, i maggiori attacchi arrivarono dagli ambienti politici italiani. Nessuno escluso. Fra i primi a inalberarsi i missini che, infervorati dal pericolo comunista, accusarono Rosa di aver costruito la struttura per farvi attraccare sommergibili sovietici. Seguirono i comunisti convinti che l’esperimento dell’ingegnere altro non fosse che una trovata del leader albanese Henver Hoxa per destabilizzare gli assetti marittimi, dopo aver dato il ben servito alla combriccola del patto di Varsavia. Ultimi, ma non per idiozia, i democristiani, che si scagliarono contro Rosa, perché preoccupati, che la neo-nata Repubblica potesse trasformarsi in un’isola del proibito.
Nonostante che il Governo Italiano abbia lasciato costruire in qualche modo la piattaforma (ci vollero circa due anni di lavori), il 25 giugno del 1968 venne sequestrata da Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza. Dopo mesi di tira e molla, se ne decretò la distruzione l’11 febbraio del 1969, la piattaforma non affondò subito, con un ultimo sussulto di fantastica utopia fu solo il mare e una tempesta il 26 febbraio a cancellarla del tutto. «L’unica che l’Italia sia stata capace di vincere» fu il commento dell’ingegner Rosa.
Nel 1968 l’anno della rivoluzioni hippy con la fantasia al potere, in Italia l’uomo che più si è avvicinato alla realizzazione di quell’utopia e che oggi viene riscoperto come simbolo di una indomabile volontà anarchica, fu un pragmatico ingegnere bolognese, un po’ D’Annunzio, un po’ Sandokan.
L'atto finale venne comunicato nel Bollettino dei Naviganti dell'Emilia-Romagna. A Rimini furono affissi dei manifesti a lutto, in cui si diceva: « Nel momento della distruzione di Isola delle Rose, gli Operatori Economici della Costa Romagnola si associano allo sdegno dei marittimi, degli albergatori e dei lavoratori tutti della Riviera Adriatica condannando l'atto di quanti, incapaci di valide soluzioni dei problemi di fondo, hanno cercato di distrarre l'attenzione del Popolo Italiano con la rovina di una solida utile ed indovinata opera turistica. Gli abitanti della Costa Romagnola. »
Nel ’69, in ricordo dell’impresa, vennero dati alle stampe 1.500 francobolli raffiguranti l’isola al momento della distruzione da parte degli artificieri: insieme alla piattaforma che esplode è raffigurato un battello con la bandiera rossa e il testo “Hostium rabies diruit opus non ideam” – La violenza dei nemici ha distrutto l’opera, non l’idea . …
Esperanta Respubliko de la Insulo de la Rozoj

L’Isola delle Rose non fu l’unico esperimento indipendentista sul suolo Italiano, ma ci furono altri minuscoli “Stati”, virtuali o di fantasia, creati per gioco, per pagare meno tasse possibili o per altri mille motivi. Sono i “microstati” che assecondano la voglia insita in ogni uomo di creare un qualcosa solo suo, dove essere padrone e dove far rispettare le proprie regole è alla base della proprietà privata. Stati della mente e altri composti da un solo abitante, Stati virtuali e altri transnazionali che ribaltano la tesi di un territorio fisico abitato da persone ma che considerano la persona come portatore essa stessa di un pezzo fondamentale di Stato o dello Stato stesso. Possiamo ricordare :
Cospaia nel Comune di San Giustino in Umbria che reclama una storia fin dalla lontano metà del Quattrocento, Il minuscolo stato perse la sua indipendenza temporaneamente durante il periodo napoleonico, ma definitivamente nel 1826 , riassorbito nello Stato della Chiesa;
Il Principato di Seborga in Liguria che la reclama ancora visto che non è stata annessa al Regno di Sardegna e poi al Regno d’Italia;
Il Regno di Tavolara in Sardegna. Occupata nel 1807da Giuseppe Bertoleoni, umile capraio che ospitò nel 1815 Gioacchino Murat, re di Napoli, sorpreso da una tempesta e nel 1836 Carlo Alberto di Savoia, re di Piemonte e di Sardegna, che lo nominò ufficialmente re di Tavolara con tanto di carta protocollare depositata alla Prefettura di Sassari;
La Repubblica di Bosgattia, un isolotto nella golena di Panarella di Papozze, nel Rovigiano, precisamente sul 45º parallelo nord, in un punto equidistante tra il Polo nord e l'Equatore, occupato nei mesi estivi da un gruppo di uomini guidati dal letterato Luigi Salvini che vi risiedette nei mesi estivi per dieci anni dal 1946 al 1955. I bosgattesi, desideravano, almeno per tre mesi all'anno, allontanarsi dalla logorante vita cittadina rifugiandosi in questa incontaminata oasi presso il delta del Po con la rinuncia di ogni tipo di moderna comodità, uniformandosi in una sorta di utopica repubblica.
La brevissima l’esistenza della Repubblica di Malu Enru un isolotto a largo di Oristano, durata solo cinque mesi tra il 2008 ed il 2009.
La Repubblica di Paini Sottani in Basilicata ove, negli anni 50, un contadino di Grassano, Michele Mulieri, per protestare contro «l'Italia, la burocrazia, le piccole e grandi mafie e tutto quello che non consente di vivere in pace», dichiarò se stesso “Repubblica Assoluta Indipendente” rifiutandosi di partecipare al censimento e di iscrivere il proprio figlio all’anagrafe.
Frigolandia vicino Montefalco sempre in Umbria, un progetto-sogno-realtà di una repubblica della fantasia, dell’arte e della creatività, laboratorio di ricerche su nuovi mondi possibili, città multipolare dell’arte mai vista.
La Repubblica rossa di Caulonia in provincia di Reggio Calabria, dal 6 al 9 marzo del 1945, grazie a un insurrezione popolare e bracciantile che portò, per quattro giorni, a issare la bandiera rossa sul tetto del municipio del paese, comandato a furor di popolo da Pasquale Cavallaro costretto al confino durante il ventennio e dirigente di spicco del PCI calabrese, il quale, forte dell’appoggio dei braccianti e dei pastori del luogo, decise di portare avanti delle misure mirate a combattere il latifondo e a distribuire appezzamenti di terra coltivabile ai contadini.
Infine ricordiamo la La Repubblica di Alcatraz, un posto dove si incontrano cittadini amanti della buona tavola e delle buone maniere, vicino Gubbio, dove nel 2015 si è svolto per il terzo anno consecutivo il summit di capi di Stato delle “micro-nazioni”, più o meno immaginarie che non compaiono in alcuna mappa: Principato di Aigues-Mortes, Libera Repubblica di Alcatraz, Impero di Angyalistan, Impero di Atlantium, Institute Formori, Granducato di Flandrensis, Regno di Kaprika, Repubblica Reale di Ladonia, Bunte Republik Neustadt, Noseland, Repubblica di Benny Andre Lund, Repubblica federale di StCharlie, Neorepubblica di Torriglia, Repubblica di Uzupis.
Per chi vuole approfondire su Wikipedia c’è una Lista delle Micro nazioni, di recente (2015) anche il bel libro di Graziano Graziani L’atlante delle micronazioni

Beatles contro Rolling Stones


di Ernesto Assante e Gino Castaldo con Max Paiella e la band di Mark Hanna

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Una sfida che non ha mai fine. Non una sfida tra due band ma tra due modi di vedere la musica, la vita, l’arte. Una sfida tra due mondi che, parallelamente, si sono sviluppati negli anni Sessanta. Una sfida tra due storie, quella dei Beatles, con le loro leggendarie canzoni, con la psichedelia e l’India, con Lennon & McCartney, con Liverpool e il Cavern, con il sitar di Harrison e la batteria di Ringo; e quella degli Stones, con la chitarre di Keith Richards, Brian Jones, Mick Taylo e Ron Wood, con gli inni di una generazione intera, con le droghe e il diavolo, con i “glimmer twins” e le loro canzoni imperdibili. Storie brevi ma perenni, come quella dei Beatles, storie ancora vive come quella degli Stones. Una sfida da risolvere con il vecchio, caro, applausometro. E con due “padrini” come Gino Castaldo (per i Beatles) e Ernesto Assante (per i Rolling Stones). E un giudice, Max Paiella, che conosce la musica e la parola, un perfetto arbitro in grado di cantare le canzoni più belle delle due band ma anche di raccontare, con Assante e Castaldo, gli anni Sessanta, le tendenze, le mode, i segni, le abitudini, i tic di un decennio che è ancora giusto definire leggendario e che ha contribuito a fare di noi quello che siamo oggi. E poi la musica dal vivo, con la band di Mark Hanna, e la grande storia del rock tra le sei corde della sua chitarra. Uno spettacolo per grandi e piccini, uno spettacolo che racconta un pezzo di storia della cultura popolare,che è fatto di memoria e ricordi, di canzoni insuperabili (le più belle in assoluto), uno spettacolo fatto per divertire e divertirci, diverso ogni sera, elettrico e sorprendente. uno spettacolo rock, e basta. Per la prima volta a teatro, da non perdere!

Roma, Teatro Greco Via Ruggero Leoncavallo, 10 Tel. +39 06 860.75.13 dal 22 al 27 novembre 2016

ROME ART WEEK, la prima settimana dell'Arte Contemporanea della Capitale

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Gallerie, Fondazioni, Istituti di Cultura, Accademie e singoli Artisti hanno ancora alcuni giorni per iscriversi alla prima art week italiana, che avrà luogo a Roma dal 24 al 29 ottobre 2016. La Rome Art Week [RAW] finalmente arriva in Italia come nuova iniziativa artistica a cadenza annuale. Lo scopo è quello di dare un impulso nuovo alla promozione, produzione e al mercato dell'arte contemporanea della Capitale, proiettandola nei circuiti internazionali. Durante la manifestazione - a totale titolo gratuito - tutti gli aderenti organizzeranno uno o più eventi (vernissage, visite guidate, talk critici, conferenze, performance, etc.) per presentare e promuovere al pubblico la loro "visione" dell'arte contemporanea. Gli artisti apriranno ai visitatori le porte dei propri studi, o di uno spazio di riferimento, per mostrare la loro ricerca e, in alcuni casi, coinvolgerli nel lavoro creativo. Il sito web romeartweek.com fornirà le informazioni necessarie sull’iniziativa: dalle strutture e gli artisti aderenti, agli appuntamenti e gli incontri della settimana, il tutto on line mediante il calendario degli eventi, costantemente aggiornato, e la mappa interattiva dei luoghi da visitare. Le copie cartacee saranno disponibili presso le strutture aderenti alla RAW. Gli spazi espositivi e gli artisti avranno nel sito una Scheda Biografica e una Scheda Evento - indipendente o condivisa nel caso in cui si tratti di più gallerie o associazioni - esplicativa dell'iniziativa promossa in occasione della RAW. La Scheda Biografica rimarrà disponibile sul sito sino all’edizione successiva della Art Week, creando così una mappatura degli artisti e delle gallerie di Roma. Ad oggi l’elenco dei partecipanti, consultabile sul sito, conta oltre 50 gallerie e 90 artisti. La chiusura delle iscrizioni è fissata al 30 settembre. Una delle novità dell’art week romana è il coinvolgimento diretto di critici d'arte e specialisti del settore che forniranno una guida critica ad uno o più percorsi a loro scelta fra quelli presenti nel circuito espositivo. Attraverso una pagina dedicata loro nel sito romeartweek.com, illustreranno i propri "punti di vista" sullo sviluppo più recente dell'arte contemporanea. La Rome Art Week e un’iniziativa artistica promossa da KOU - Associazione no profit per la promozione delle Arti visive, con il patrocinio del Comune di Roma Capitale e dell'Unione Internazionale degli Istituti di Archeologia Storia e Storia dell'Arte in Roma e del CIU (Confederazione Italiana di Unione delle Professioni intellettuali). E’ inoltre partner degli eventi del “Fuori Quadriennale” 16a Quadriennale d’arte.

"Roma art week” dal 24 al 29 ottobre 2016

Romics: Festival Internazionale del Fumetto, Animazione, Cinema e Games a Roma dal 7 al 10 aprile 2016

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Go Nagai, creatore di Mazinga e Goldrake; William Simpson, leader storyboard artist de “Il Trono di Spade”, ospiti d’eccezione a Romics
Aprirà a Roma alla Fiera di Roma il 7 aprile la quattro giorni di ROMICS con un programma ricchissimo che attirerà non meno di 200.000 visitatori. Tante le novità e gli appuntamenti culturali di questa XIX edizione, due su tutti: gli incontri con Go Nagai, creatore di Goldrake, Mazinga e Jeeg Robot e William Simpson, leader storyboard artist de Il Trono di Spade e le grandi installazioni Warner Bros Entertainment Italia con tre speciali isole tematiche dedicate a Suicide Squad, Ghostbusters e Angry Birds. .
ricchissime le sezioni fumetto che vedranno come best event la celebrazione dei 55 anni dell’amatissimo fumetto Bonelliano Zagor. Ancora grandi mostre: dai modelli vintage e le statue di Goldrake ai mondi fantastici di Edvige Faini, le tavole a fumetti di Rufus Dayglo e i Tarocchi di Paolo Barbieri fino alle illustrazioni della lunghissima carriera di Averardo Ciriello. La Grande Gara Karaoke, con la selezione italiana ufficiale per Il Nippon World Karaoke ed il Gran Prix Cosplay l’attesissima evento di origine giapponese che ormai ha preso piede stabilmente anche in Italia. I Cosplay, sono gli stessi visitatori che si divertono vestendosi come il proprio personaggio preferito. Il personaggio rappresentato da un cosplayer appartiene spesso al mondo dei manga e degli anime, molto diffusi nel paese asiatico, ma non è raro che il campo di scelta si estenda ai tokusatsu, ai videogiochi, alle band musicali, particolarmente di artisti J-Pop, J-Rock, K-Pop o K-Rock, ai giochi di ruolo, ai film e telefilm e ai libri di qualunque genere e persino alla pubblicità.
Fitto anche il programma di incontri con i grandi maestri del fumetto, illustrazione e animazione internazionale si alterneranno sul palco di Romics per raccontare la loro straordinaria carriera artistica e per illustrare le basi tecniche e teoriche delle loro creazioni.
Nella XIX edizione di Romics l’entertainment a farla da padrone saranno comunque i robot e non solo quelli creati dal genio di Go Nagai ma anche workshop dedicati al modellismo e alla possibilità di vedere gli artisti all’opera.
A condurre lo spettatore nel viaggio attraverso una “realtà fantastica” saranno associazioni ludiche e fan club provenienti da tutta Italia. Scenari gotici, orde di zombie e vampiri accendono a Romics il gioco di Ruolo e la rievocazione storica fa rivivere grandi battaglie del passato.
www.romics.it - info 06 877 29 190

Tanto colore e tanta libertà nella Via Crucis di Botero

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Una Via Crucis cromaticamente sorprendente e ben nutrita, quella proposta dallo scultore e pittore Fernando Botero, in mostra a Roma al Palazzo delle Esposizioni, fino al 1 maggio 2016. I colori ci sono tutti: il colore della vita, della morte, del tradimento, dell’indifferenza, del terrore, della rassegnazione , della curiosità, della cattiveria, del dolore ...
Una Via Crucis “libera” , aperta allo spirito ed alla spiritualità di chiunque; aperta anche all’assenza di spiritualità; una via crucis per i religiosi, per gli agnostici, i fedeli ed i miscredenti.
Una via crucis per adulti e per bambini.
Un capolavoro di arte e di marketing, in un equilibrio perfettamente dosato ed intelligentemente proposto nella Capitale nel periodo che abbraccia la Quaresima e la Pasqua, nonché nell’anno del Giubileo straordinario della Misericordia proclamato da Papa Francesco.
Un’occasione rilassante (sono “facili” le opere di Botero) per abbandonarsi al gusto originale di inconsuete “vignette” - altamente artistiche- narranti la Passione di Cristo; o un’occasione per regalarsi una sospensione temporale in cui meditare sul tema Cristologico proposto e ripercorrerlo intimamente; un’occasione per scegliere liberamente se soffermarsi a riflettere sull’iconografia tradizionale del tema e su cosa abbia ancora di contemporaneo il tema della Via Crucis.

"Botero, Via Crucis. La Passione di Cristo” Roma, Palazzo delle Esposizioni, Via Nazionale 194, dal 13 febbraio al- 1 maggio 2016, Tel. 06 39967500

La Collezione Torlonia in mostra a Roma nel 2017

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Dopo anni di obblio, sarà finalmente esposta al pubblico a Roma nel 2017 la “collezione Torlonia” di arte classica è la più importante collezione privata di opere antiche. La mostra sarà curata da Salvatore Settis in una sede ancora da decidere (Palazzo delle Esposizioni, le scuderie del Quirinale, Palazzo Valentini).
La mostra proporrà circa 60 opere tra cui l'Hestia Giustiniani, la Fanciulla Torlonia, l’Atleta di Mirone ed il Diadumeno di Policleto.

L'accordo per la valorizzazione della collezione Torlonia, è stato firmato tra l'amministratore della Fondazione Torlonia e il Ministero dei Beni Culturali. La Fondazione sosterrà le spese per il restauro dei reperti, mentre il Ministero, tramite la Soprintendenza Speciale Archeologica di Roma, provvederà a realizzare la mostra.
La collezione Torlonia, composta da: busti, ritratti, rilievi, con capolavori come le pitture parietali della tomba François di Vulci, considerate fra gli esempi più alti dell'arte etrusca, testimonianza della storia dei Tarquini e della nascita di Roma, è formata da 620 sculture greche e romane provenienti in parte dalle collezioni private dei Caetani-Ruspoli, dei Carpi, dei Cesarini e di Bartolomeo Cavaceppi ed in gran parte da quella dei Giustiniani (ben 115 sculture, in pratica i migliori pezzi), venduta ai Torlonia nel XIX secolo. Opere acquistate dalle grandi famiglie romane decadute, tutte indebitate con i Torlonia, che spesso saldavano i debiti svendendo le loro collezioni d’arte.
Altri capolavori della collezione invece provengono dagli scavi archeologici nei terreni degli stessi Torlonia, tra cui la Villa dei Quintili e la Villa di Massenzio sull’Appia antica. In particolare venne saccheggiata la "Villa dei Quintili", la più grande villa del suburbio romano, che lo Stato Italiano ha acquistato solo nel 1985. Era conosciuta come "Statuario", per la ricchezza delle opere d'arte, o anche come "Roma Vecchia", perché era talmente grande che le rovine monumentali richiamavano un'antica città.
Fin dal 1948 palazzo Torlonia che conteneva il nucleo principale della collezione, è stato sottoposto a vincolo, ma all’inizio degli anni ottanta il principe Alessandro ottiene l'autorizzazione a restaurare il palazzo e trasformarlo in 93 miniappartamenti, mentre le sculture vengono imballate e trasferite in tre stanzoni del Palazzo in via della Lungara. Da quel momento è cominciata una vera guerra legale tra lo Stato italiano e il principe Alessandro, ma senza trovare nessuna soluzione soddisfacente per tutti.
Una collezione che ha rischiato più volte di disperdersi o di essere venduta, che finalmente sarà raccolta e catalogata per il grande pubblico. Una collezione in un certo senso fantasma, in quanto essendo privata , gli eredi Torlonia ne disponevano eventuali visite a loro assoluta discrezione, tanto è che si narra che il grande archeologo Ranuccio Bianchi Bandinelli nel 1947 si travestì da spazzino per poterla ammirare di nascosto.
Pezzo forte della mostra sarà sicuramente la Hestia Giustiniani, appartenuta alla collezione del marchese Vincenzo Giustiniani sin dai primi anni Trenta del XVII secolo, in cui viene descritta nel suo inventario come una "vergine vestale vestita, di marmo greco tutta antica alta palmi 9 inc.a". La statua costituisce l'unica replica intera, di grandi dimensioni, di un originale in bronzo databile agli anni 470-460 a.C., di mano di un maestro di scuola peloponnesiaca. Alcuni critici hanno proposto di riconoscervi la mano di Kalamis, autore della celebre Sosandra, altri ad un artista argivo o addirittura il maestro attico Alkamenes.
La statua è di grande importanza per l'evoluzione della figura muliebre nella scultura greca. Rappresenta una dea a figura intera, con il braccio sinistro piegato e la mano volta verso l'alto ed il volto ombreggiato da ciocche dense e pesanti sotto il velo. Un panneggio avvolge il corpo senza mortificarlo ma ne esalta le forme vigorose. Lo scettro appare funzionale non soltanto alla statica della figura, ma anche all'equilibrio interno e strutturale della medesima: ne assesta la leggera torsione verso destra del busto, giustificandone l'asimmetria dei seni, in accordo col gesto del braccio flesso dalla mano poggiata col dorso sul fianco.
La grande statua di Hestia passò dai Giustiniani ai Torlonia nel corso dell'Ottocento; portata nel palazzo alla Lungara dove fu allestito il celebre museo di scultura descritto dal Visconti, vi rimase fino a quando nella seconda metà del XX secolo fu trasferita nella Villa Albani, da dove uscì nei primi anni Novanta per essere collocata nel cortile del palazzo di famiglia, ex Giraud, su via della Conciliazione.

Anamorfismo: la pittura che inganna l’occhio

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L’anamorfismo (dal greco anamórphosis, “ricostruzione della forma”) è un’illusione ottica, un immagine apparentemente distorta nelle sue dimensioni su un piano regolare che si materializza solo quando l’osservatore guarda da una particolare posizione.
Gli artisti rinascimentali, e principalmente i manieristi del XVI secolo, si appassionarono a questo genere artistico, nella pittura soprattutto barocca, l'illusione ottica viene soprattutto realizzata nei soffitti affrescati, ne un esempio la cupola “disegnata” nel 1685 da Andrea Pozzo nella Chiesa di Sant’Ignazio a Roma. Una prospettiva anamorfica si ritrova già nel Codice Atlantico di Leonardo: due disegni allungati, quello del viso di bambino e quello di un occhio, con i segni appena percettibili delle linee di proiezione gradualmente crescenti, le anamorfosi più antiche che attualmente si conoscano. Il sistema più diretto e semplice per realizzare dipinti anamorfici era legato all’utilizzo della luce. I pittori stendevano, seguendo le consuete proporzioni naturali di stampo realistico, il disegno da “nascondere”: un volto, un oggetto. Trasferivano poi il disegno su un cartone, bucando in corrispondenza delle linee del disegno stesso. A questo punto si agiva schermando lateralmente il cartone per evitare che la luce del sole o della lampada entrasse nella stanza in cui sarebbe stato realizzato il dipinto. I fasci luminosi, in questo modo, passavano esclusivamente attraverso ogni foro del cartone, proiettando un “fotodisegno” sulla parete. Se il foglio veniva messo di sbieco, il disegno tratteggiato dalla luce si allungava a dismisura sul muro. A questo punto il pittore si avvicinava alla parete e, con un carboncino o una punta, ricalcava la proiezione luminosa, imprimendo sul muro le linee anamorfiche. Il disegno scorciato appariva così allungato da risultare incomprensibile a una vista frontale. Il pittore colorava poi il volto stesso e, per mascherare ulteriormente la fisionomia, dipingeva frontalmente piccoli cespugli, animali, oggetti che avevano il compito di creare un paesaggio apparente.
L’ Anamorfismo oggi è una tecnica soprattutto utilizzata su “terra” dagli artisti di strada, ne sono un esempio i “madonnari”, gli artisti che disegnano immagini sacre sulle strade, ma ne sono un esempio alcune tipologie di segnali stradali orizzontali dipinti sull'asfalto in modo da poter essere perfettamente visibili dall'automobilista in corsa. Un altro esempio di anamorfosi è quello delle insegne pubblicitarie che vediamo a bordo campo negli stadi, pur apparendo perfette dalla soggettiva della telecamera, le insegne sono disegnate distorte sul suolo.

Una moderna evoluzione dell’arte anamorfica è il 3D street painting, immagini dipinte o riprodotte sul terreno tali da dare un immagine tridimensionale di sicuro effetto, immagini che lo spettatore percepisce come in movimento, immagina concave quando invece sono lineari. I principali esponenti del genere sono in assoluto: Edgar Mueller, Julian Beever, Kurt Wenner, Manfred Stader, e Eduardo Rolero.

L’anamorfismo coniugato con la street art, ha dato modo di poter riqualificare anche alcune periferie urbane tramite grandi pitture murali; ne è un esempio le performance nel quartiere romano di Tor Marancia, trasformato dall’opera di 20 artisti internazionali che su 11 palazzi delle case popolari hanno disegnato 20 murales monumentali nel progetto “Big city life” finanziato da Fondazione Roma e dal Comune di Roma. Esponente di assoluto valore del murales anamorfico è il portoghese Sergio Odeith, ogni sua opera sembra uscire dalla parete, sembra dotata di vita propria, fluttuando nell’aria come per magia.

Giustiniani collection of antiquities

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In the early 17th century one of Rome's most passionate art collectors, Vincenzo Giustiniani, embarked on the creation of what was to become the most extensive museum of antiquities in baroque Rome.

The Giustinani family was Genoan. branch of the family had created an immense fortune by trading in mastic and alum on the island of Scio, in the Aegean sea, with a global vision of the markets and the economy through an associative structure called "maona" in 1347. The noble family Giustiniani is a forerunner of modern joint stock companies based on “share”. Twelve Nobles, Genovese Patricians decided a union among us, to form a “society” and to form together a family. They even take away their former names to have a new one: “Giustiniani”: they made “A Campagna”, as if “they were born from the same father and the same mother” (“Compagniam de pecunia non faciam cum aliquo habitante ultra Vultabium et Savignonem et Montem altum, neque ultra Varaginem” from “Leges Genuenses” - year 1157). All its members took the name Giustiniani.


Left: View of Chios harbor in the seventeenth century (Volume 2 - Table 168 – Galleria Giustiniana”). Right: Giustiniani’s coat of arm (frescoe), Sala dei Cesari, Palazzo Giustiniani, Bassano Romano.

In the XIVth century the Genovese were competing with the Venetians for the control of the trading routes in the Levant and in the Black Sea. Giustiniani family continued to rule Scio until 1566, when a delay in the payment of the yearly tax gave Sultan Suleyman the Great the pretext to make his last conquest. (The Glorification of the Giustiniani Family a Giovanni Domenico Tiepolo’s Oil on canvas is at The Metropolitan Museum of Art of New York. The framework is the looting of the Ottomans in Chios on 1566.) Most of them returned to Chios, their fatherland. The wealthiest Giustiniani families who chose to leave the island, also to Genoa, escaped to Rome, Messina, Palermo and generally all around the Mediterraneo area. In 1566, Giuseppe Giustiniani left the Greek island of Scio and moved to Rome. (The story of a noble Genoese family that formed a dynasty in the island of Chios in the Aegean) There, the brother of his wife Gerolama, Cardinal Vincenzo Giustiniani (1519 - 1582), enjoyed great prestige and power and guaranteed support inside the Catholic Church. Giuseppe shows great administrative and financial ability, typical of the Genoan and peculiar to the Giustiniani family, who loaned money to half Europe. He became responsible for the “Depositeria Pontificia”. For his two sons, Benedetto (Scio, 5 June 1554 - Rome, 27 March 1621) and Vincenzo (Scio, 13 September 1564 - Rome, 27 December 1637), he was to procure a role of importance. Relevant characteristics of their lives were the great reserve, parsimony, lack of ostentation of their riches and power.
Vincenzo Giustiniani was a very cultured gentleman, an originality of vital and profound, especially human. He wrote treatises on the arts, on music and hunting, he befriended the avantguarde artists of his day (chief among them Caravaggio) and put together an equally breathtaking collection of paintings. From their reading one gets the picture of a prudent man of business, but in reality all screened on pleasantness of life and the satisfaction of the intellect.
Vincenzo and his older brother Cardinal Benedetto, had collected the most beautiful and ennobling of the paternal inheritance: the love of art, increasing the small existing father’s collection with innovative and intelligent choices. The Giustiniani collection was one of the most influential collections of the European Baroque period. It was assembled during the late 16th and early 17th centuries.



Left: Benedetto Giustiniani (Bernardo Castello, 1582). Right: Vincenzo Giustiniani (Nicolas Nicolas Régnier, 1630)

The collection included fifteen paintings by Caravaggio, and, to mention only the more famed artists, Domenichino, Carracci, Veronese, Dosso Dossi, as well as works attributed to Titian and Raphael. Vincenzo increased the fame and celebrity of Giustiniani’s family, being the patron of Caravaggio finest artist painter. The renowned prestigious and fabulous collections of Caravaggio master pieces are today scattered in museums and private collections around the world. The brothers particularly valued works by northern artists. Honthorst, Terbruggen, Duquesnoy, and Poussin all completed commissions for them. In total, Benedetto and Vincenzo Giustiniani owned some six hundred paintings, and some two thousand antiques. In addition, the Palazzo Giustiniani contained valuable decorations, and their villa in Bassano Romano (near Rome) included frescoes by Tempesta, Albani and Domenichino, with the addition of a statue (first version) of the Risen Christ sculpted by Michelangelo and finished by Lorenzo Bernini, now in the Church of St. Vincent Martyr always in Bassano Romano.
Their patronage activities were also aimed at the discovery of new talent, as Caravaggio, but they also were able to create job opportunities for the same artists, giving him commissions, fueling the art market. The inventories on the death of Marquis Vincenzo Giustiniani, compiled in February 1638, made it possible to reconstruct the entity and high quality of the whole, almost six hundred paintings and approximately two thousand ancient sculptures, including fifteen Caravaggio, whose works no gentlemen in transit in Rome omitted visit. Numerous artists, from all over Europe, either worked for the brothers, or visited their collection. As a result, the Giustiniani collection had an extraordinary influence on the establishment of a common European culture. The brothers influenced the artistic taste of an epoch, with their wide-reaching personal relationships and friendships.
All the more eloquently the city guides mentioned Vincenzo's extraordinary collection: “There's no other palace in Rome which contains a similarly rich collection of ancient reliefs and statues” (Filippo Titi: Studio di pittura, scoltura, et architettura, 1763 edition: “Non ci è in Roma palazzo alcuno, che contenga in se raccolta più copiosa di bassirilievi e statue antiche”).
This love for beauty bring Vincenzo to become one of the largest Roman collectors of the early seventeenth century. Patron of the new painting movement of the realism of Caravaggio matrix, while he cultivated a vivid passion for antiquity, amassing an extraordinary quantity of sculptures and bas-reliefs that literally invaded all areas of his residences. Especially his Palace of “Via della Dogana Vecchia” now siege of Senate of the Italian Republic(Giustiniani collection of antiquities) becomes a real center of artistic diffusion. A kind of private academy that also often held in the open air in the gardens of his palaces.
In 1606, Vincenzo travelled around France, Germany, England and Netherlands, and in 1631, he published a two volume catalogue of his antique art works (“Galleria Giustiniana”), in which included a large number of ancient statues (The Metropolitan Museum of Art of New York bought in 1903 of a group of antique marbles from this famous Giustiniani collection (“Bacchus Seated on a Panther”) also drew in “Galleria Giustiniana”, created at the beginning of the seventeenth century by the marquis Vincenzo Giustiniani) and bas-reliefs and a small number of paintings from his collection.
Until 1621 the Giustiniani collection grew due to a perfect understanding between the two brothers, Cardinal Benedetto and the Marquis Vincenzo. The former had the task of linking the fortunes of the family to success with the pontifical curia, while the latter that of assisting this rise in importance with careful purchases of art, long-lasting, and the fruit of an infallible aesthetic sense, as well as with hard work in handling the finances of the family's growing riches. Since the subject of the current exhibition are the paintings, we can therefore only merely mention the palace building and the antique sculptures, which would be important subjects for another order of research.

Il 15 gennaio “La notte bianca” dei licei classici

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Venerdì 15 gennaio, oltre duecento licei classici Italiani apriranno le loro porte per una serie di eventi , tutti proposti dagli studenti, che andranno dagli spettacoli ,alle letture dei classici, alla musica e non solo. Ci saranno testi recitati, mostre fotografiche, proiezioni, danze, degustazioni e tanto altro per dimostrare che il liceo classico è vivo più che mai. Non quindi una notte di “occupazione e protesta”, ma una notte di “proposta e cultura”. Porte aperte ai genitori, ex alunni e a tutti quelli che ancora credono che la cultura “classica” vada insegnata, diffusa e valorizzata. Tra i licei: a Roma il Plauto, l’Aristofane ed il Vivona; a Milano il Gonzaga ed il Parini; a Torino il Cavour e il D’Azeglio; a Napoli il Genovese; a Palermo il Garibaldi e l’Umberto I, per citarne solo alcuni. Ogni liceo presenterà un suo programma, ad esempio il Vivona, liceo classico del quartiere EUR di Roma, incentrerà le sue rappresentazioni sull’Antigone e sul tema della conquiste della civiltà e la distruzione della memoria. L'ideatore dell’iniziativa, giunta alla seconda edizione, è Rocco Schembra, professore di latino e greco del liceo classico “Gulli e Pennisi” di Acireale. All'evento, che si svolgerà in contemporanea dalle 18 alla mezzantte, intende ripetere il successo dello scorso anno dove aderirono circa 120 Istituti. Nonostante la forte diminuzione degli iscritti, il liceo classico resta ancora forse il progetto scolastico più affascinante per gli studenti, anche perché continua a rappresentare indissolubilmente le radici greco-latine più profonde della nostra cultura. Spesso “scoglio durissimo” per ogni studente, è stato sempre “difeso” dai nostri intellettuali contro le possibili riforme che ne avrebbero decretato la fine. Il fascino del liceo classico è ben riassunto da Umberto Eco, che in una sua “bustina di Minerva” sull’“Espresso” di qualche anno fa, affermava: “solo chi ha il respiro culturale che può essere offerto da buoni studi classici è aperto all’ideazione, all’intuizione di come andranno le cose quando oggi non lo si sa ancora. In altre parole, vorrei dire che chi ha fatto buoni studi classici, se non è forse capace di fare bene i mestieri esistenti, è più aperto ai mestieri di domani e forse capace di idearne alcuni.” La conclusione della “notte dei licei classici” sarà comune a tutti gli Istituti; gli studenti leggeranno in contemporanea, i versi 553-565 dell’ottavo canto dell’Iliade: “stettero tutta la notte, accesero molti fuochi. Come le stelle in cielo, intorno alla luna lucente brillano ardendo, se l’aria è priva di venti; si scoprono tutte le cime e gli alti promontori e le valli; nel cielo s’è rotto l’etere immenso, si vedono tutte le stelle; gioisce in cuore il pastore, tanti così, fra le navi e lo Xanto scorrente lucevano i fuochi accesi dai Teucri davanti a Ilio; mille fuochi ardevano nella pianura, e intorno a ciascuno cinquanta eran seduti, alla vampa del fuoco fiammante; i cavalli, mangiando l’orzo bianco e la spelta, ritti accanto ai carri, l’Aurora bel trono aspettavano.”
La notte nazionale dei Licei classici

Al via la settimana della moda maschile: “Pitti uomo” a Firenze dal 12 al 14 gennaio, “Milano moda uomo” dal 15 al 19

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Parte dal 12 fino al 19 gennaio un’intensa settimana per la moda maschile con i due eventi clou della stagione. Alla Fortezza da Basso di Firenze prende il via “Pitti Uomo89”, uno dei maggiori eventi della moda mondiale. Le centinaia di espositori fanno si che la manifestazione sia la piattaforma più importante a livello internazionale per le collezioni di abbigliamento e accessori uomo e per il lancio dei nuovi progetti sulla moda maschile. In mostra non solo abiti di alta sartoria, ma anche “Prêt-à-porter”, capi pronti per il mercato della prossima stagione. Le tendenze maschile per la prossima stagione 2016-17? In auge la moda anni cinquanta con il look sofisticato e algido dei divi dell’epoca : l'abbigliamento impeccabile marcato da un accostamento semplice di colori essenziali. Ritorna di moda il gilet sotto la giacca, meglio se di tessuto sia fantasia che a colori uniti. Quest’anno saranno il rosa e l’azzurro i colori vincente nella moda maschile, ovviamente da dosare sapientemente e con gusto nei dettagli: cravatte, calzini, gilet e pochette. Predominanti nei soprabiti i colori autunnali, il crema su tutti, con un ritorno alle linee sobrie e asciutte e ai tessuti tipicamente maschili come: gli spinati, il chevron, check, tweed. Mentre a Firenze sono i grandi marchi a presentarsi, a Milano saranno gli stilisti, in diverse location, a lanciare le loro collezioni in 39 sfilate e una serie di party esclusivi ed eventi collaterali. Si comincia venerdì 15 con la sfilata di Roberto Cavalli per chiudere il 19 con Helen Anthony allo Scalone Arengario di Piazza Duomo. Già scattata la corsa per accaparrarsi l’invito per il party più esclusivo. Pitti Immagine Uomo

Nel periodo d’oro del “RISVEGLIO DELLA FORZA”, una rara esperienza di fantascienza tangibile: “Da Raffaello a Schiele” - Palazzo Reale di Milano

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E' opinione personale che le mostre d'arte abbiano l’obbligo -quantomeno sociale- di essere curate ed allestite come uno spazio in cui vengano garantiti due generi d’esperienza culturale (distinti e complementari): 1) la fruizione, dal vivo, della materialità estetica di opere d’artisti noti, già individualmente ben radicati nel bagaglio culturale di chi osservi. 2) l’utilizzo della mostra come occasione didattica che consenta, ad artisti di fama nota, di entrare a pieno diritto nel bagaglio culturale di fruitori più acerbi. Purtroppo, l'esperienza di cui al punto due, pare sia da considerare alla stregua di un’utopia fantascientifica. Proviamo ad osservare cosa accada di solito. Il nome dell'artista (o degli artisti) esposto in mostra, è di norma noto tanto da garantire alle biglietterie, l’affluenza di pubblico preventivata come necessaria; scelto il nome dal richiamo consono all’operazione commerciale, è ritenuto spesso più che sufficiente corredare le singole opere di etichette bianche su cui poter leggere: la tecnica d’esecuzione dell’opera, l’anno di realizzazione, il suo titolo (se l’opera ne sia fornita; nel caso non dovesse esserlo, nessun timore: supponiamo che il soggetto pittorico rappresenti una ragazza intenta a mangiare una mela… un’etichetta rassicurante ci fornirà più o meno un’informazione rivelatrice del tipo:” Giovane figura femminile con pomo”). STOP. Informazioni che poco si discostano dal “minimo sindacale” appena descritto, le ritroviamo nelle audioguide, in cui una gradevole voce professionalmente impostata, rende edotti circa il luogo geografico in cui soggiornava l'autore al momento della creazione della specifica opera; quali colori della sua tavolozza abbia egli trasferito sul dipinto in esame (forse per evitare discriminazioni di sorta verso il daltonismo?) e se l’autore fosse di cattivo o di buon umore quando ve li trasferì. Il tutto riportato in modo tendenzialmente generico ed avulso dal contesto storico-culturale-economico-sociale in cui l’artista era necessariamente inserito e di cui si è fatto implicitamente interprete muto, parlando tramite le sue opere. …A meno che… non piombi sulla mostra un curatore (che meriterebbe forse l’epiteto più azzeccato di GUARITORE della cultura) in grado di realizzare un evento museale come quello ancora in mostra (fino al 7 febbraio 2016) al Palazzo Reale di Milano: “Da Raffaello a Schiele” (curatore: Stefano Zuffi). Nel caso si desideri essere condotti piacevolmente per mano attraverso i colori, i rumori e gli umori di ben quattro secoli di storia umana ed artistica, si trovi immediatamente il modo di raggiungere la mostra. Audioguide gratuite (di norma hanno un costo di €4,00 ; quasi sempre mal spesi) accompagnano l’osservatore come fosse in una lezione privata di storia dell’arte e della pittura; targhette didascaliche di almeno una decina di righe successive spiegano ogni singolo dipinto esposto, con accenni all’operato dell’autore nel corso della sua esistenza ed alla corrente artistica di appartenenza. Un viaggio sorprendente, commovente, incantevole…si potrebbe veramente dire” fantascientifico”, attraverso il tempo (dal ‘500 all’900) ed attraverso l’Europa (Italia, Francia, Spagna, Olanda, Ungheria…); con gli occhi rapiti dagli artisti presenti nelle sale tramite le opere autografe esposte (Tiziano, Tintoretto, Raffaello, El Greco, Durer, Rubens, Velasquez, Gentileschi, Carracci, Goya, Gauguin, Schiele …); condotti per mano, passo passo, dalle lezioni di storia sociale dell’arte registrate nelle audioguide. Operazione culturale lodevole; esperienza personale indimenticabile. Giustizia culturale ed artistica è stata finalmente fatta. …Peccato solo che sembri trattarsi di un raro esempio di “fantascienza” culturale. Che dire? … Forse, in tema di fantascienza ed in linea col cult cinematografico del momento, non posso che aggiungere:” Che il risveglio della forza si manifesti in tutti voi, contro il lato oscuro della pigrizia: non perdete questa mostra!”
"Da Raffaello a Schiele” - Palazzo Reale di Milano