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Hiroo Onoda l’ultimo samurai, l’uomo che non si arrese mai

“In qualità di ufficiale dell’esercito imperiale, avevo ricevuto una consegna: sarebbe stato vergognoso per me non essere all’altezza di osservarla.”

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Dal 14 al 19 febbraio 2018, un’esposizione mette a confronto diretto il dipinto della Galleria Spada raffigurante il Giovane col berretto piumato e il quadro con il Ritorno del Figliol Prodigo,
Hiroo Onoda fu l’ultimo ufficiale giapponese ad arrendersi agli Americani vittoriosi nella seconda guerra mondiale, nel 1974, ben trent’anni dopo la resa del Giappone. Era nascosto nella giungla sull'isola filippina di Lubang, dove continuò la sua guerra personale rifiutandosi di credere che la guerra fosse finita.
Figlio di una lunga serie di guerrieri, il padre era un sergente di cavalleria morto durante la Seconda Guerra sino-giapponese in Cina. Onoda seguì lo stesso percorso dei suoi antenati e si arruolò nell'esercito imperiale giapponese all'età di 18 anni, un anno prima che il Giappone entrasse in guerra con gli Stati Uniti in seguito all'attacco a Pearl Harbor.
Tenente dell’esercito formato alla “Futamata Bunk” di Nakano, istruito sulle tecniche di spionaggio e di guerriglia, arrivò ventiduenne nell’isola filippina di Lubang nel dicembre del 1944, con l’obiettivo di unirsi al manipolo di soldati giapponesi con compiti di sabotaggio e spionaggio. In quel periodo, molte delle truppe giapponesi furono costrette a lasciare le principali isole delle Filippine e piccoli contingenti furono lasciati nelle isole minori dell'arcipelago filippino, come l'isola di Lubang, per ritardare il più possibile l’avanzata Americana verso il Giappone.
Gli ordini che ricevette erano chiari: “..le è assolutamente proibito arrendersi e morire per mano propria” .
In una successiva intervista Onoda disse che: “Quando nel 1944 giunsi nelle Filippine, la guerra stava andando male per il Giappone e nella nostra patria la frase ichioku gyokusai, cento milioni di anime stanno morendo per l’onore, era sulle labbra di tutti. Questo significa letteralmente che la popolazione del Giappone avrebbe combattuto fino alla morte dell’ultimo uomo piuttosto di arrendersi. Io presi questa frase alla lettera, e sono certo che molti altri giapponesi della mia età fecero la stessa cosa”.
Quando le truppe americane sbarcarono sulla piccola isola il 28 febbraio 1945, le forze giapponesi furono annientate, Onoda riuscì a salvarsi e si nascose nella foresta con altri tre commilitoni: Yuichi Akatsu, Shoichi Shimada e Kozuka Kinshichi per continuare la sua missione di resistenza.
La seconda guerra mondiale terminò con la resa del Giappone il 2 settembre 1945, ma non per tutti i soldati Giapponesi. Furono tanti coloro che non smisero di combattere ne di arrendersi, Il termine giapponese per riferirsi a loro è zan-ryū Nippon hei ( soldati giapponesi lasciati indietro).
I motivi per cui questi militari non obbedirono all'ordine di arrendersi agli Alleati sono vari: fedeli al rigido codice etico dei samurai del Bushidō, che considerava profondamente disonorevole la resa al nemico. Molti soldati giapponesi ritennero impensabile che la loro nazione si fosse arresa, arrivando a considerare come propaganda le varie comunicazioni che annunciavano la fine della guerra. Altri, tagliati fuori dalle loro unità dopo le offensive degli Alleati, semplicemente non vennero mai a conoscenza della fine del conflitto, o, se ne vennero a conoscenza, scelsero di non rientrare in patria. Molti di loro continuarono ad attuare azioni di guerriglia contro l'esercito statunitense o contro altre forze locali. Altri, infine, scelsero di restare nascosti in zone inaccessibili o in appositi rifugi.
La quasi totalità dei soldati fantasma fu catturata o si arrese nella seconda metà degli anni '40, ma singoli individui o piccoli gruppi isolati furono capaci di resistere per molti altri anni.
Conoscendo l'esistenza di queste unità di guerriglia giapponesi, che non avevano alcun metodo di comunicazione con il comando militare centrale, gli Stati Uniti fecero molti sforzi per assicurarsi che la notizia della resa del Giappone raggiungesse queste resistenze, compreso l'aereo di volantini esplicativi.
Ma per molti di essi arrendersi oltre ad essere disonorevole era …inconcepibile.
Onoda, che aveva un senso di orgoglio molto tradizionale, non poteva immaginare che i giapponesi si sarebbero arresi e pensò che avrebbero combattuto fino all'ultimo soldato.
Nell'agosto del 1945, mentre la guerra tra Giappone e Stati Uniti finiva, Onoda aveva notato una pausa nei combattimenti, ma non sospettava che la sua nazione si fosse arresa.
Onoda ei suoi uomini sopravvissero con una dieta a base di riso rubato, noci di cocco e carne di bestiame macellato durante le incursioni nelle fattorie condotte quando non stava attaccando le vicine truppe filippine, nonostante che i nei successivi anni dopo la fine della guerra fosse segnalata la loro presenza al Giappone dalle autorità filippine. Trenta filippini caddero nelle imboscate di Onoda e i suoi uomini nei 29 anni della loro guerra personale.
Uno dei tre commilitoni di Onoda, Akasu si arrese nel 1949. La sua resa permise al resto del mondo di conoscere le riserve giapponesi ancora sull'isola di Lubang. Gli Stati Uniti contattarono le loro famiglie, ottennero delle loro foto che inviarono insieme a delle loro lettere, esortandoli a tornare a casa.
Gli altri due commilitoni: Shimada morì nel 1954 durante uno scontro a fuoco, Kozuka venne ucciso nel 1972. Onoda rimase quindi da solo, ma non si fermarono i tentativi di rintracciarlo: bisognava mettere fine alla sua guerra privata. Nel 1974, fu contattato da un free-lance giapponese Norio Suzuki, ma non riuscì a convincerlo ad arrendersi. L’Alto Comando giapponese capì che solo un uomo poteva dare il contrordine all’ultimo soldato giapponese. Quell’uomo era il suo comandante del 1945, il superiore che gli aveva detto di resistere. Così il suo vecchio ufficiale, il Maggiore Yoshimi Taniguchi, che era diventato un libraio nella vita civile, fu mandato a recuperarlo nelle Filippine e finalmente Onoda si “arrese”.
Era il 9 marzo 1974, all'età di 52 anni, Hiroo Onoda emerse dalla giungla, ancora vestito con la sua logora uniforme da ufficiale, con il fucile di ordinanza e la sua spada dal fodero bianco per accettare l'ordine dal suo comandante. Si consegnò al Presidente delle Filippine Marcos che gli garantì l’immunità nonostante i crimini contro i civili filippini e tornò in Giappone da eroe.


Una cosa soltanto trova certa, disse Onoda in un’intervista: “anche se neppure un capello di lui resta, nessuno può dolersi di essere morto per l’onore” .
Il cameratismo emerge nel suo significato più profondo nel rapporto con il suo compagno Shimada e soprattutto con l’ultimo dei suoi compagni Kozuka, con cui si instaura un legame etico che travalica avversità e individualità. Onore, fedeltà, sacrificio, volontà sono la calce che plasma questo legame. Quando torna a Tokyo, nel marzo del 1974, risponde così alla domanda di un giornalista che gli chiedeva delle difficoltà della vita nella giungla: “La cosa più dura è stata l’aver perso i miei camerati”. “In qualità di ufficiale dell’esercito imperiale avevo ricevuto una consegna. Sarebbe stato vergognoso per me non essere all’altezza di rispettarla” .
Nel 1976 emigrò in Brasile, dopo si sposò e visse in una fattoria allevando bestiame.
Nel 1984 tornò in Giappone e creò una scuola per bambini ed una sorta di accampamento itinerante, dove insegnava a giovani e meno giovani le tecniche di sopravvivenza in natura. Nel 1996 tornò a Lubang, dove donò 10.000 dollari per finanziarne la scuola. Morì in Giappone nel 2014 all’età di 91 anni.
Anche se non fu l'ultimo soldato giapponese a smettere di combattere la seconda guerra mondiale (quella distinzione appartiene a Teruo Nakamura, un altro guerrigliero che continuò a combattere la giungla dell'Indonesia fino sette mesi in più di Onoda), fu probabilmente il più famoso di questi “guerrieri fantasma”, ed uno dei più affascinanti, mostrandoci tutti i valori in cui valori come lealtà, orgoglio, determinazione e impegno possono portarti, nel bene e nel male.
Della sua storia lo stesso Onoda scrisse un libro autobiografico “Waga Ruban-shima no 30nen sensō (“Mai arrendersi: I miei trent’anni di guerra”), tradotto anche in Italiano, che ebbe all’epoca un grandissimo successo.
Hiroo Onoda, è un uomo che per il dovere ha donato la vita. Espressione più alta dell’onore giapponese, per il quale si è disposti a morire, si è disposti a perdere tutto, perché niente può essere paragonato alla gloria eterna del soldato morto in battaglia. Il tenente giapponese ha dimostrato che si può essere grandi guerrieri senza nessuna particolare qualità, senza aver necessariamente ucciso molti nemici ma soltanto con un innato senso del dovere. Semplicemente per amor patrio.